zio Dïomede. Era d'Arisbe
bella contrada Assilo abitatore,
uom di molta ricchezza, a tutti amico,
ché tutti in sua magion, posta lunghesso
la via frequente, ricevea cortese.
Ma degli ospiti ahi! niuno accorse allora,
niun da morte il campò. Solo il suo fido
servo Calesio, che reggeagli il cocchio,
morto ei pur dal Tidìde, al fianco cadde
del suo signore, e con lui scese a Pluto.
Eurìalo abbatte Ofelzio e Dreso; e poscia
Esepo assalta e Pedaso gemelli,
che al buon Bucolïone un dì produsse
la Naiade gentile Abarbarèa.
Bucolïon del re Laomedonte
primogenito figlio, ma di nozze
furtive acquisto, conducea la greggia
quando alla ninfa in amoroso amplesso
mischiossi, e di costor madre la feo.
Ma quivi tolse ad ambedue la vita
e la bella persona e l'armi il figlio
di Mecistèo. Fur morti a un tempo istesso
Astïalo dal forte Polipete;
il percosso Pidìte dall'acuta
asta d'Ulisse; Aretaon da Teucro.
D'Antiloco la lancia Ablero atterra,
Èlato quella del maggiore Atride,
Èlato che sua stanza avea nell'alta
Pedaso in riva dell'ameno fiume
Satnioente. Euripilo prostese
Melanzio; e l'asta dell'eroe Leìto
il fuggitivo Fìlaco trafisse.
Ma l'Atride minor, strenuo guerriero,
vivo Adrasto pigliò. Repente ombrando
li costui corridori, e via pel campo
paventosi fuggendo in un tenace
cespo implicârsi di mirica, e quivi
al piede del timon spezzato il carro
volâr con altri spaventati in fuga
verso le mura. Prono nella polve
sdrucciolò dalla biga appo la ruota
quell'infelice. Colla lunga lancia
Menelao gli fu sopra; e Adrasto a lui
abbracciando i ginocchi e supplicando:
Pigliami vivo, Atride; e largo prezzo
del mio riscatto avrai. Figlio son io
di ricco padre, e gran conserva ei tiene
d'auro, di rame e di foggiato ferro.
Di questi largiratti il padre mio
molti doni, se vivo egli mi sappia
nelle argoliche navi. - A questo prego
già dell'Atride il cor si raddolcìa,
già fidavalo al servo, onde alle navi
l'adducesse; quand'ecco Agamennòne
che a lui ne corre minaccioso e grida:
Debole Menelao! e qual ti prende
de' Troiani pietà? Certo per loro
la tua casa è felice! Or su; nessuno
de' perfidi risparmi il nostro ferro,
né pur l'infante nel materno seno:
perano tutti in un con Ilio, tutti
senza onor di sepolcro e senza nome.
Cangiò di Menelao la mente il fiero
ma non torto parlar, sì ch'ei respinse
da sé con mano il supplicante, e lui
ferì tosto nel fianco Agamennòne,
e supino lo stese. Indi col piede
calcato il petto ne ritrasse il telo.
Nestore intanto in altra parte accende
l'acheo valor, gridando: Amici eroi,
Dànai di Marte alunni, alcun non sia
ch'ora badi alle spoglie, e per tornarne
carco alle navi si rimanga indietro.
Non badiam che ad uccidere, e gli uccisi
poi nel campo a bell'agio ispoglieremo.
Fatti animosi a questo dir gli Achei
piombâr su i Teucri, che scorati e domi
di nuovo in Ilio si sarìan racchiusi,
se il prestante indovino Eleno, figlio
del re troiano, non volgea per tempo
ad Ettore e ad Enea queste parole:
se di lui tosto non si fosse avvista
l'alma figlia di Giove Citerea
che d'Anchise pastor l'avea concetto.
Intorno al caro figlio ella diffuse
le bianche braccia, e del lucente peplo
gli antepose le falde, onde dall'armi
ripararlo, e impedir che ferro acheo
gli passi il petto e l'anima gl'involi.
Mentre al fiero conflitto ella sottragge
il diletto figliuol, Stènelo il cenno
membrando dell'amico, ne sostiene
in disparte i cavalli, e prestamente
all'anse della biga avviluppate
le redini, s'avventa ai ben chiomati
corridori d'Enea; di mezzo ai Teucri
agli Achivi li spinge, ed alle navi
spedisceli fidati al dolce amico
Dëipilo, cui sopra ogni altro eguale,
perché d'alma conforme, in pregio ei tiene.
Esso intanto l'eroe capaneìde
rimontato il suo cocchio, e in man riprese
le riluccnti briglie, allegramente
de' cavalli sonar l'ugna facea
dietro il Tidìde che coll'empio ferro
l'alma Venere insegue, la sapendo
non una delle Dee che de' mortali
godon le guerre amministrar, siccome
Minerva e la di mura atterratrice
torva Bellona, ma un'imbelle Diva.
Poiché raggiunta per la folta ei l'ebbe,
abbassò l'asta il fiero, e coll'acuto
ferro l'assalse, e della man gentile
gli estremi le sfiorò verso il confine
della palma. Forò l'asta la cute,
rotto il peplo odoroso a lei tessuto
dalle Grazie, e fluì dalla ferita
l'icòre della Dea, sangue immortale,
qual corre de' Beati entro le vene;
ch'essi, né frutto cereal gustando
né rubicondo vino, esangui sono,
e quindi han nome d'Immortali. Al colpo
died'ella un forte grido, e dalle braccia
depose il figlio, a cui difesa Apollo
corse tosto, e l'ascose entro una nube,
onde camparlo dall'achee saette.
Il bellicoso Dïomede intanto,
Cedi, figlia di Giove, alto gridava,
cedi il piè dalla pugna. E non ti basta
sedur d'imbelli femminette il core?
Se qui troppo t'avvolgi, io porto avviso
che tale desteratti orror la guerra,
ch'anco il sol nome ti darà paura.
Disse; ed ella turbata ed affannosa
partiva. La veloce Iri per mano
la prese, la tirò fuor del tumulto
carca di doglie e livida le nevi
della morbida cute. Alla sinistra
della pugna seduto il furibondo
Marte trovò: la grande asta del Nume
e i veloci corsier cingea la nebbia.
Gli abbracciò le ginocchia supplicando
la sorella, e gridò: Caro fratello,
miserere di me, dammi il tuo cocchio
ond'io salga all'Olimpo. Assai mi cruccia
una ferita che mi feo la destra
d'un ardito mortal, di Dïomede,
che pur con Giove piglierìa contesa.
Sì prega, e Marte i bei destrier le cede.
Salì sul cocchio allor la dolorosa,
salì al suo fianco la taumanzia figlia,
e in man tolte le briglie, a tutto corso
i cavalli sferzò che desïosi
volavano. Arrivâr tosto all'Olimpo,
eccelsa sede degli Eterni. Quivi
arrestò la veloce Iri i corsieri,
li disciolse dal giogo, e ristorolli
d'immortal cibo. La divina intanto
Venere al piede si gittò dell'alma
genitrice Dïona, che la figlia
raccogliendo al suo seno, e colla mano
la carezzando e interrogando, Oh! disse,
oh! chi mai de' Celesti si permise,
amata figlia, in te sì grave offesa,
come rea di gran fallo alla scoperta?
Il superbo Tidìde Dïomede,
rispose Citerea, l'empio ferimmi
perché il mio figlio, il mio sovra ogni cosa
diletto Enea sottrassi dalla pugna,
che pugna non è più di Teucri e Achivi,
ma d'Achivi e di numi. - E a lei Dïona
inclita Diva replicò: Sopporta
in pace, o figlia, il tuo dolor; ché molti
degl'Immortali con alterno danno
molte soffrimmo dai mortali offese.
Le soffrì Marte il dì che gli Aloìdi
Oto e il forte Efïalte l'annodaro
d'aspre catene. Un anno avvinto e un mese
in carcere di ferro egli si stette,
e forse vi perìa, se la leggiadra
madrigna Eeribèa nol rivelava
capitana d'Ulisse, ove nel mezzo
ai santi altari si tenea ragione
e parlamento, d'Evemone il figlio
Eurìpilo scontrò, che di saetta
ferito nella coscia e vacillante
dalla pugna partìa. Largo il sudore
gli discorrea dal capo e dalle spalle,
e molto sangue dalla ria ferita,
ma intrepida era l'alma. Il vide e n'ebbe
pietade il forte Menezìade, e a lui
lagrimando si volse: Oh sventurati
duci Achei! così dunque, ohimè! lontani
dai cari amici e dalla patria terra
de' vostri corpi sazïar di Troia
dovevate le belve? Eroe divino
Eurìpilo, rispondi: Sosterranno
gli Achei la possa dell'immane Ettorre,
o cadran spenti dal suo ferro? - Oh diva
stirpe, Patròclo, (Eurìpilo rispose)
nullo è più scampo per gli Achei, se scampo
non ne danno le navi. I più gagliardi
tutti giaccion feriti, e ognor più monta
de' Troiani la forza. Or tu cortese
conservami la vita. Alla mia nave
guidami, e svelli dalla coscia il dardo,
con tepid'onda lavane la piaga
e su vi spargi i farmaci salubri
de' quali è grido che imparata hai l'arte
dal Pelìde, e il Pelìde da Chirone
de' Centauri il più giusto. Or tu m'aita,
ché Podalirio e Macaon son lungi;
questi, credo, in sua tenda, anch'ei piagato
è di medica man necessitoso;
l'altro co' Teucri in campo si travaglia.
Qual fia dunque la fin di tanti affanni?
soggiunse di Menèzio il forte figlio,
e che faremo, Eurìpilo? Gran fretta
mi sospinge ad Achille a riportargli
del guardïano degli Achei Nestorre
una risposta: ma pietà non vuole
che in questo stato io t'abbandoni. - Il cinse
colle braccia, ciò detto, e nella tenda
il menò, l'adagiò sopra bovine
pelli dal servo acconciamente stese,
indi col ferro dispiccò dall'anca
l'acerbissimo strale, e con tepenti
linfe la tabe ne lavò. Vi spresse
poi colle palme il lenïente sugo
d'un'amara radice. Incontanente
calmossi il duolo, ristagnossi il sangue,
ed asciutta si chiuse la ferita.

Libro Duodecimo
Così dentro alle tende medicava
d'Eurìpilo la piaga il valoroso
Menezìade. Frattanto alla rinfusa
pugnan Teucri ed Achei; né scampo a questi
è più la fossa omai, né l'ampio muro
che l'armata cingea. L'avean gli Achivi
senza vittime eretto a custodire
i navigli e le prede. Edificato
dunque malgrado degli Dei, gran tempo
non durò. Finché vivo Ettore fue,
e irato Achille, e Troia in piedi, il muro
saldo si stette; ma de' Teucri estinte
l'alme più prodi, e degli Achei pur molte,
e al decim'anno Ilio distrutto, e il resto
degli Argivi tornato al patrio lido,
decretâr del gran muro la caduta
Nettunno e Apollo, l'impeto sfrenando
di quanti fiumi dalle cime idèe
si devolvono al mar, Reso, Granìco,
Rodio, Careso, Eptàporo ed Esèpo
e il divino Scamandro e Simoenta
che volge sotto l'onde agglomerati
tanti scudi, tant'elmi e tanti eroi.
Di questi rivoltò Febo le bocche
contro l'alta muraglia, e vi sospinse
nove giorni la piena. Intanto Giove,
perché più ratto l'ingoiasse il mare,
incessante piovea. Nettunno istesso
precorrea le fiumane, e col tridente
e coll'onda atterrò le fondamenta
che di travi e di sassi v'avean posto
i travagliosi Achivi; infin che tutta
al piano l'adeguò lungo la riva
dell'Ellesponto. Smantellato il muro,
fe' di quel tratto un arenoso lido,
e tornò le bell'acque al letto antico.
Di Nettunno quest'era e in un d'Apollo
l'opra futura. Ma la pugna intorno
a quel valido muro or ferve e mugge.
Cigolar delle torri odi percosse
le compàgi, e gli Achei dentro le navi
chiudonsi domi dal flagel di Giove,
e paventosi dell'ettoreo braccio,
impetuoso artefice di fuga;
perocché pari a turbine l'eroe
sempre combatte. E qual cinghiale o bieco
leon cui fanno cacciatori e cani
la sua perfida gente. Dall'eccelso
etereo seggio scoterà sovr'essi
l'egida orrenda di Saturno il figlio
di tanta frode irato; e non cadranno
vôti i suoi sdegni. Ma d'immenso lutto
tu cagion mi sarai, dolce fratello,
se morte tronca de' tuoi giorni il corso.
Sorgerà negli Achei vivo il desìo
del patrio suolo, e d'onta carco in Argo
io tornerommi, e lasceremo ai Teucri,
glorïoso trofeo, la tua consorte.
Putride intanto nell'iliaca terra
l'ossa tue giaceran, senz'aver dato
fine all'impresa, e il tumulo del mio
prode fratello un qualche Teucro altero
calpestando, dirà: Possa i suoi sdegni
satisfar così sempre Agamennóne,
siccome or fece, senza pro guidando
l'argoliche falangi a questo lido,
d'onde scornato su le vote navi
alla patria tornò, qui derelitto
l'illustre Menelao. Sì fia ch'ei dica;
e allor mi s'apra sotto i piè la terra.
Ti conforta, rispose il biondo Atride,
né co' lamenti spaventar gli Achivi.
In mortal parte non ferì l'acuto
dardo: di sopra il ricamato cinto
mi difese, e di sotto la corazza
e questa fascia che di ferrea lama
buon fabbro foderò. - Sì voglia il cielo,
diletto Menelao, l'altro riprese.
Intanto tratterà medica mano
la tua ferita, e farmaco porravvi
atto a lenire ogni dolor. - Si volse
all'araldo, ciò detto, e, Va, soggiunse,
vola, o Taltibio, e fa che ratto il figlio
d'Esculapio, divin medicatore,
Macaon qua ne vegna, e degli Achei
al forte duce Menelao soccorra,
cui di freccia ferì qualche troiano
o licio saettier che sé di gloria,
noi di lutto coprì. - Disse, e l'araldo
tra le falangi achee corse veloce
in traccia dell'eroe. Ritto lo vide
fra lo stuolo de' prodi che da Tricca
altrice di corsier l'avea seguìto:
appressossi, e con rapide parole,
Vien, gli disse, t'affretta, o Macaone;
Agamennón ti chiama: il valoroso
Menelao fu di stral colto da qualche
licio arciero o troiano che superbo
va del nostro dolor. Corri, e lo sana.
Al tristo annunzio si commosse il figlio
d'Esculapio; e veloci attraversando
il largo campo acheo, fur tosto al loco
ove al ferito dëiforme Atride
facean cerchio i migliori. Incontanente
dal balteo estrasse Macaon lo strale,
di cui curvârsi nell'uscir gli acuti
ami: disciolse ei quindi il vergolato
cinto e il torace colla ferrea fascia
sovrapposta; e scoperta la ferita,
succhionne il sangue, e destro la cosparse
dei lenitivi farmaci che al padre,
d'amor pegno, insegnati avea Chirone.
Mentre questi alla cura intenti sono
del bellicoso Atride, ecco i Troiani
marciar di nuovo con gli scudi al petto,
e di nuovo gli Achei l'armi vestire
di battaglia bramosi. Allor vedevi
non assonnarsi, non dubbiar, né pugna
schivar l'illustre Agamennón; ma ratto
volar nel campo della gloria. Il carro
e i fervidi destrier tratti in disparte
lascia all'auriga Eurimedonte, figlio
del Piraìde Tolomèo; gl'impone
di seguirlo vicin, mentre pel campo
ordinando le turbe egli s'aggira,
onde accorrergli pronto ove stanchezza
gli occupasse le membra. Egli pedone
scorre intanto le file, e quanti all'armi
affrettarsi ne vede, ei colla voce
fortemente gl'incuora, e grida: Argivi,
niun rallenti le forze: il giusto Giove
bugiardi non aiuta: chi primiero
l'accordo vïolò, pasto vedrassi
di voraci avoltoi, mentre captive
le dilette lor mogli in un co' figli
noi nosco condurremo, Ilio distrutto.
Quanti poi ne scorgea ritrosi e schivi
della battaglia, con irati accenti
li rabbuffando, O Argivi, egli dicea,
o guerrier da balestra, o vitupèri!
Non vi prende vergogna? A che vi state
istupiditi come zebe, a cui,
dopo scorso un gran campo, la stanchezza
ruba il piede e la lena? E voi del pari
allibiti al pugnar vi sottraete.
Aspettate voi forse che il nemico
alla spiaggia s'accosti ove ritratte
beon l'onde sacre, e quei che di Lilèa
domano i gioghi alle cefisie fonti.
Son quaranta le prore al mar fidate
da questi prodi, e tutte in ordinanza
de' Beozî disposte al manco lato.
Di Locride guidava i valorosi
Aiace d'Oïlèo, veloce al corso.
Di tutta la persona egli è minore
del Telamonio, né minor di poco;
ma picciolo quantunque e non coperto
che di lino torace, ei tutti avanza
e Greci e Achivi nel vibrar dell'asta.
Di Cino, di Callïaro e d'Opunte
lo seguono i deletti, e quei di Bessa,
e quei che i colti dell'amena Augèe
e di Scarfe lasciâr, misti di Tarfa
ai duri agresti, e quei di Tronio a cui
il Boagrio torrente i campi allaga.
Venti e venti il seguìan preste carene
della locrese gioventù venuta
di là dai fini della sacra Eubèa.
Ma gl'incoli d'Eubèa gli arditi Abanti,
Eretrïensi, Calcidensi, e quelli
dell'aprica vitifera Istïea,
e di Cerinto e in una i marinari,
e i montanari dell'alpestre Dio,
e quei di Stira e di Caristo han duce
il bellicoso Elefenòr, figliuolo
di Calcodonte, e sir de' prodi Abanti.
Snellissimi di piè portan costoro
fiocchi di chiome su la nuca, egregi
combattitori, a maraviglia sperti
nell'abbassar la lancia, e sul nemico
petto smagliati fracassar gli usberghi.
E quaranta di questi eran le vele.
Della splendida Atene ecco gli eroi,
popolo del magnanimo Erettèo
cui l'alma terra partorì. Nudrillo
ed in Atene il collocò Minerva
alla sant'ombra de' suoi pingui altari,
ove l'attica gente a statuito
giro di soli con agnelli e tauri
placa la Diva. Guidator di questi
era il Petìde Menestèo. Non vede
pari il mondo a costui nella scïenza
di squadronar cavalli e fanti. Il solo
Nestor l'eguaglia, perché d'anni il vince.
Cinquanta navi ha seco. Unîrsi a queste
sei altre e sei di Salamina uscite,
al Telamonio Aiace obbedienti.
Seguìa l'eletta de' guerrier, cui d'Argo
mandava la pianura e la superba
d'ardue mura Tirinto e le di cupo
golfo custodi Ermïone ed Asìne.
Con essi di Trezene e della lieta
di pampini Epidauro e d'Eïone
venìa la squadra; e dopo questa un fiero
di giovani drappello che d'Egina
lasciò gli scogli e di Masete. A questi
tre sono i duci, il marzio Dïomede,
Stènelo dell'altero Capanèo
diletta prole, e il somigliante a nume
Eurïalo figliuol di Mecistèo
Talaionide. Ma del corpo tutto
condottiero supremo è Dïomede.
E sono ottanta di costor le antenne.
Ma ben cento son quelle a cui comanda
il regnatore Agamennóne Atride.
Sua seguace è la gente che gl'invìa
la regale Micene e l'opulenta
Corinto, e quella della ben costrutta
Cleone e quella che d'Ornee discende,
e dall'amena Aretirèa. Né scarsa
fu de' suoi Sicïon, seggio primiero
d'Adrasto. Anco Iperesia, anco l'eccelsa
Gonoessa e Pellene ed Egio e tutte
le marittime prode, e tutta intorno
d'Elice la campagna impoverîrsi
d'abitatori. E questa truppa è fiore
di gagliardi, e la più di quante allora
schierârsi in campo. D'arme rilucenti
iva il duce vestito, ed esultava
in suo segreto del vedersi il primo
fra tanti eroi; e veramente egli era
il maggior di que' regi, e conducea
il maggior nerbo delle forze achive.
Il concavo di balze incoronato
lacedemonio suol Sparta e Brisèe,
e Fari e Messa di colombe altrice,
e Augìe la lieta e l'amiclèa contrada,
Etila ed Elo al mar giacente e Laa,
queste tutte spedîr sovra sessanta
prore i lor figli; e Menelao li guida
aïtante guerrier. Disgiunta ei tiene
dalla fraterna la sua schiera, e forte
del suo proprio valor la sprona all'armi,
di vendicar su i Teucri impazïente
l'onta e i sospir della rapita Elèna.
Di novanta navigli capitano
veniva il veglio cavalier Nestorre.
ch'io di notte traessi all'inimico
ad esplorar se, come pria, guardate
sien le navi, o se voi dal nostro ferro
domi teniate del fuggir consiglio,
schivi di veglie, e di fatica oppressi.
Sorrise Ulisse, e replicò: Gran dono
certo ambiva il tuo cor, del grande Achille
i destrier. Ma domarli e cavalcarli
uom mortale non può, tranne il Pelìde
cui fu madre una Dea. Ma questo ancora
contami, e non mentire: Ove lasciasti,
qua venendoti, Ettorre? ove si stanno
i suoi guerrieri arnesi? ove i cavalli?
quai son de' Teucri le vigilie e i sonni?
quai le consulte? Bloccheran le navi?
O in Ilio torneran, vinto il nemico?
Gli rispose Dolon: Nulla del vero
ti tacerò. Co' suoi più saggi Ettorre
in parte da rumor scevra e sicura
siede a consiglio al monumento d'Ilo.
Ma le guardie, o signor, di che mi chiedi,
nulla del campo alla custodia è fissa.
Ché quanti in Ilio han focolar, costretti
son cotesti alla veglia, e a far la scolta
s'esortano a vicenda: ma nel sonno
tutti giacccion sommersi i collegati,
che da diverse regïon raccolti,
né figli avendo né consorte al fianco,
lasciano ai Teucri delle guardie il peso.
Ma dormon essi co' Troian confusi
(ripiglia Ulisse), o segregati? Parla,
ch'io vo' saperlo. - E a lui d'Eumede il figlio:
Ciò pure ti sporrò schietto e sincero.
Quei della Caria, ed i Peonii arcieri,
i Lelegi, i Caucóni ed i Pelasghi
tutto il piano occupâr che al mare inchina;
ma il pian di Timbra i Licii e i Misii alteri
e i frigii cavalieri, e con gli equestri
lor drappelli i Meonii. Ma dimande
tante perché? Se penetrar vi giova
nel nostro campo, ecco il quartier de' Traci
alleati novelli, che divisi
stansi ed estremi. Han duce Reso, il figlio
d'Eïonèo, e a lui vid'io destrieri
di gran corpo ammirandi e di bellezza,
una neve in candor, nel corso un vento.
Monta un cocchio costui tutto commesso
d'oro e d'argento, e smisurata e d'oro
(maraviglia a vedersi!) è l'armatura,
di mortale non già ma di celeste
petto sol degna. Che più dir? Traetemi
prigioniero alle navi, o in saldi nodi
qui lasciatemi avvinto infin che pure
vi ritorniate, e siavi chiaro a prova
se fu verace il labbro o menzognero.
Lo guatò bieco Dïomede, e disse:
Da che ti spinse in poter nostro il fato,
Dolon, di scampo non aver lusinga,
benché tu n'abbia rivelato il vero.
Se per riscatto o per pietà disciolto
ti mandiam, tu per certo ancor di nuovo
alle navi verresti esploratore,
o inimico palese in campo aperto.
Ma se qui perdi per mia man la vita,
più d'Argo ai figli non sarai nocente.
Disse; e il meschino già la man stendea
supplice al mento; ma calò di forza
quegli il brando sul collo, e ne recise
ambe le corde. La parlante testa
rotolò nella polve. Allor dal capo
gli tolsero l'elmetto, e l'arco e l'asta
e la lupina pelle. In man solleva
le tolte spoglie Ulisse, e a te, Minerva
predatrice, sacrandole, sì prega:
Godi di queste, o Dea, ché te primiera
de' Celesti in Olimpo invocheremo;
ma di nuovo propizia ai padiglioni
or tu de' traci cavalier ne guida.
Disse, e le spoglie su la cima impose
d'un tamarisco, e canne e ramoscelli
sterpando intorno, e di lor fatto un fascio,
segnal lo mette che per l'ombra incerta
nel loro ritornar lo sguardo avvisi.
Quindi inoltrâr pestando sangue ed armi,
e fur tosto de' Traci allo squadrone.
Dormìano infranti di fatica, e stesi
in tre file, coll'armi al suol giacenti
a canto a ciascheduno. Ognun de' duci
tiensi dappresso due destrier da giogo:
dorme Reso nel mezzo; e a lui vicino
stansi i cavalli colle briglie avvinti
all'estremo del cocchio. Avvisto il primo
si fu di Reso Ulisse, e a Dïomede
l'additò: Dïomede, ecco il guerriero,
ecco i destrier che dianzi n'avvisava
quel Dolon che uccidemmo. Or tu fuor metti
l'usata gagliardìa, che qui passarla
neghittoso ed armato onta sarebbe.
Sciogli tu quei cavalli, o a morte mena
costor, ché de' cavalli è mia la cura.
onoravamo, Enea preclaro figlio
del magnanimo Anchise. Andiam, si voli
alla difesa di cotanto amico.
Destâr la forza e il cor d'ogni guerriero
queste parole. Sarpedon con aspre
rampogne allora rabbuffando Ettorre,
Dove andò, gli dicea, l'alto valore
che poc'anzi t'avevi? E pur t'udimmo
vantarti che tu sol senza l'aita
de' collegati, e co' tuoi soli affini
e co' fratei bastavi alla difesa
della città. Ma niuno io qui ne veggo,
niun ne ravviso di costor, ché tutti
trepidanti s'arretrano siccome
timidi veltri intorno ad un leone:
e qui frattanto combattiam noi soli,
noi venuti in sussidio. Io che mi sono
pur della lega, di lontana al certo
parte mi mossi, dalla licia terra,
dal vorticoso Xanto, ove la cara
moglie ed un figlio pargoletto e molti
lasciai di quegli averi a cui sospira
l'uomo mai sempre bisognoso. E pure
alleato, qual sono, i miei guerrieri
esorto alla battaglia, ed io medesmo
sto qui pronto a pugnar contra costui,
benché qui nulla io m'abbia che il nemico
rapir mi possa, né portarlo seco.
E tu ozïoso ti ristai? né almeno
agli altri accenni di far fronte, e in salvo
por le consorti? Guàrdati, che presi,
siccome in ragna che ogni cosa involve,
non divenghiate del crudel nemico
cattura e preda, e ch'ei tra poco al suolo
la vostr'alma cittade non adegui.
A te tocca l'aver di ciò pensiero
e giorno e notte, a te dell'alleanza
i capitani supplicar, che fermi
resistano al lor posto, e far che niuna
cagion più sorga di rampogne acerbe.
D'Ettore al cor fu morso amaro il detto
di Sarpedonte, sì che tosto a terra
saltò dal cocchio in tutto punto, e l'asta
scotendo ad animar corse veloce
d'ogni parte i Troiani alla battaglia,
e destò mischia dolorosa. Allora
voltâr la fronte i Teucri, e impetuosi
fêrsi incontro agli Achei, che stretti insieme
gli aspettâr di piè fermo e senza tema.
Come allor che di Zefiro lo spiro
disperde per le sacre aie la pula,
mentre la bionda Cerere la scevra
dal suo frutto gentil, che il buon villano
vien ventilando; lo leggier spulezzo
tutta imbianca la parte ove del vento
lo sospinge il soffiar: così gli Achivi
inalbava la polve al cielo alzata
dall'ugna de' cavalli entrati allora
sotto la sferza degli aurighi in zuffa.
Difilati portavano i Troiani
il valor delle destre, e furïoso
li soccorrea Gradivo discorrendo
il campo tutto, e tutta di gran buio
la battaglia coprendo. E sì di Febo
i precetti adempìa, di Febo Apollo
d'aurea spada precinto, che comando
dato gli avea d'accendere ne' Teucri
l'ardimento guerrier, vista partire
l'aiutatrice degli Achei Minerva.
Fuori intanto de' pingui aditi sacri
Enea messo da Febo, e per lui tutto
di gagliardìa ripieno appresentossi
a' suoi compagni che gioîr, vedendo
vivo e salvo il guerriero e rintegrato
delle pristine forze. Ma gravarlo
d'alcun dimando il fier nol consentìa
lavor dell'armi che dell'arco il divo
sire eccitava, e l'omicida Marte,
e la Discordia ognor furente e pazza.
D'altra parte gli Aiaci e Dïomede
e il re dulìchio anch'essi alla battaglia
raccendono gli Achei già per sé stessi
né la furia tementi né le grida
de' Dardani, ma fermi ad aspettarli.
Quai nubi che de' monti in su la cima
immote arresta di Saturno il figlio
quando l'aria è tranquilla e il furor dorme
degli Aquiloni o d'altro impetuoso
di nubi fugator vento sonoro;
di piè fermo così senza veruno
pensier di fuga attendono gli Achivi
de' Troiani l'assalto. E Agamennóne
per le file scorrendo, e molte cose
d'ogni parte avvertendo, Amici, ei grida,
uomini siate e di cor forte, e ognuno
nel calor della pugna il guardo tema
del suo compagno. De' guerrier che infiamma
generoso pudore, i salvi sono
più che gli uccisi; chi rossor di fuga
non sente, ha persa coll'onor la forza.
Cantami, o Diva, del Pelìde Achille
l'ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all'Orco
generose travolse alme d'eroi,
e di cani e d'augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l'alto consiglio s'adempìa), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de' prodi Atride e il divo Achille.
E qual de' numi inimicolli? Il figlio
di Latona e di Giove. Irato al Sire
destò quel Dio nel campo un feral morbo,
e la gente perìa: colpa d'Atride
che fece a Crise sacerdote oltraggio.
Degli Achivi era Crise alle veloci
prore venuto a riscattar la figlia
con molto prezzo. In man le bende avea,
e l'aureo scettro dell'arciero Apollo:
e agli Achei tutti supplicando, e in prima
ai due supremi condottieri Atridi:
O Atridi, ei disse, o coturnati Achei,
gl'immortali del cielo abitatori
concedanvi espugnar la Prïameia
cittade, e salvi al patrio suol tornarvi.
Deh mi sciogliete la diletta figlia,
ricevetene il prezzo, e il saettante
figlio di Giove rispettate. - Al prego
tutti acclamâr: doversi il sacerdote
riverire, e accettar le ricche offerte.
Ma la proposta al cor d'Agamennóne
non talentando, in guise aspre il superbo
accommiatollo, e minaccioso aggiunse:
Vecchio, non far che presso a queste navi
ned or né poscia più ti colga io mai;
ché forse nulla ti varrà lo scettro
né l'infula del Dio. Franca non fia
costei, se lungi dalla patria, in Argo,
nella nostra magion pria non la sfiori
vecchiezza, all'opra delle spole intenta,
e a parte assunta del regal mio letto.
Or va, né m'irritar, se salvo ir brami.
Impaurissi il vecchio, ed al comando
obbedì. Taciturno incamminossi
del risonante mar lungo la riva;
e in disparte venuto, al santo Apollo
di Latona figliuol, fe' questo prego:
Dio dall'arco d'argento, o tu che Crisa
proteggi e l'alma Cilla, e sei di Tènedo
possente imperador, Smintèo, deh m'odi.
Se di serti devoti unqua il leggiadro
tuo delubro adornai, se di giovenchi
e di caprette io t'arsi i fianchi opimi,
questo voto m'adempi; il pianto mio
paghino i Greci per le tue saette.
Sì disse orando. L'udì Febo, e scese
dalle cime d'Olimpo in gran disdegno
coll'arco su le spalle, e la faretra
tutta chiusa. Mettean le frecce orrendo
su gli omeri all'irato un tintinnìo
al mutar de' gran passi; ed ei simìle
a fosca notte giù venìa. Piantossi
delle navi al cospetto: indi uno strale
liberò dalla corda, ed un ronzìo
terribile mandò l'arco d'argento.
Prima i giumenti e i presti veltri assalse,
poi le schiere a ferir prese, vibrando
le mortifere punte; onde per tutto
degli esanimi corpi ardean le pire.
Nove giorni volâr pel campo acheo
le divine quadrella. A parlamento
nel decimo chiamò le turbe Achille;
ché gli pose nel cor questo consiglio
Giuno la diva dalle bianche braccia,
de' moribondi Achei fatta pietosa.
Come fur giunti e in un raccolti, in mezzo
levossi Achille piè-veloce, e disse:
Atride, or sì cred'io volta daremo
nuovamente errabondi al patrio lido,
se pur morte fuggir ne fia concesso;
ché guerra e peste ad un medesmo tempo
ne struggono. Ma via; qualche indovino
interroghiamo, o sacerdote, o pure
interprete di sogni (ché da Giove
anche il sogno procede), onde ne dica
perché tanta con noi d'Apollo è l'ira:
se di preci o di vittime neglette
il Dio n'incolpa, e se d'agnelli e scelte
capre accettando l'odoroso fumo,
il crudel morbo allontanar gli piaccia.
Così detto, s'assise. In piedi allora
di Testore il figliuol Calcante alzossi,
de' veggenti il più saggio, a cui le cose
eran conte che fur, sono e saranno;
e per quella, che dono era d'Apollo,
profetica virtù, de' Greci a Troia
avea scorte le navi. Ei dunque in mezzo
pien di senno parlò queste parole:
Amor di Giove, generoso Achille,
vuoi tu che dell'arcier sovrano Apollo
ti riveli lo sdegno? Io t'obbedisco.
sopraccigli inchinò. Su l'immortale
capo del sire le divine chiome
ondeggiaro, e tremonne il vasto Olimpo.
Così fermo l'affar si dipartiro.
Teti dal ciel spiccò nel mare un salto;
Giove alla reggia s'avviò. Rizzârsi
tutti ad un tempo da' lor troni i numi
verso il gran padre, né veruno ardissi
aspettarne il venir fermo al suo seggio,
ma mosser tutti ad incontrarlo. Ei grave
si compose sul trono. E già sapea
Giuno il fatto del Dio; ch'ella veduto
in segreti consigli avea con esso
la figlia di Nerèo, Teti la diva
dal bianco piede. Con parole acerbe
così dunque l'assalse: E qual de' numi
tenne or teco consulta, o ingannatore?
Sempre t'è caro da me scevro ordire
tenebrosi disegni, né ti piacque
mai farmi manifesto un tuo pensiero.
E degli uomini il padre e degli Dei
le rispose: Giunon, tutto che penso
non sperar di saperlo. Ardua ten fôra
l'intelligenza, benché moglie a Giove.
Ben qualunque dir cosa si convegna,
nullo, prima di te, mortale o Dio
la si saprà. Ma quel che lungi io voglio
dai Celesti ordinar nel mio segreto,
non dimandarlo né scrutarlo, e cessa.
Acerbissimo Giove, e che dicesti?
Riprese allor la maestosa il guardo
veneranda Giunon: gran tempo è pure
che da te nulla cerco e nulla chieggo,
e tu tranquillo adempi ogni tuo senno.
Or grave un dubbio mi molesta il core,
che Teti, del marin vecchio la figlia,
non ti seduca; ch'io la vidi, io stessa,
sul mattino arrivar, sederti accanto,
abbracciarti i ginocchi; e certo a lei
di molti Achivi tu giurasti il danno
appo le navi, per onor d'Achille.
E a rincontro il signor delle tempeste:
Sempre sospetti, né celarmi io posso,
spirto maligno, agli occhi tuoi. Ma indarno
la tua cura uscirà, ch'anzi più sempre
tu mi costringi a disamarti, e questo
a peggio ti verrà. S'al ver t'apponi,
che al ver t'apponga ho caro. Or siedi, e taci,
e m'obbedisci; ché giovarti invano
potrìan quanti in Olimpo a tua difesa
accorresser Celesti, allor che poste
le invitte mani nelle chiome io t'abbia.
Disse; e chinò la veneranda Giuno
i suoi grand'occhi paurosa e muta,
e in cor premendo il suo livor s'assise.
Di Giove in tutta la magion le fronti
si contristâr de' numi, e in mezzo a loro
gratificando alla diletta madre
Vulcan l'inclito fabbro a dir sì prese:
Una malvagia intolleranda cosa
questa al certo sarà, se voi cotanto,
de' mortali a cagion, piato movete,
e suscitate fra gli Dei tumulto.
De' banchetti la gioia ecco sbandita,
se la vince il peggior. Madre, t'esorto,
benché saggia per te; vinci di Giove,
vinci del padre coll'ossequio l'ira,
onde a lite non torni, e del convito
ne conturbi il piacer; ch'egli ne puote,
del fulmine signore e dell'Olimpo,
dai nostri seggi rovesciar, se il voglia;
perocché sua possanza a tutte è sopra.
Or tu con care parolette il molci,
e tosto il placherai. - Surse, ciò detto,
ed all'amata genitrice un tondo
gemino nappo fra le mani ei pose,
bisbigliando all'orecchio: O madre mia,
benché mesta a ragion, sopporta in pace,
onde te con quest'occhi io qui non vegga,
te, che cara mi sei, forte battuta;
ché allor nessuna con dolor mio sommo
darti aìta io potrei. Duro egli è troppo
cozzar con Giove. Altra fiata, il sai,
volli in tuo scampo venturarmi. Il crudo
afferrommi d'un piede, e mi scagliò
dalle soglie celesti. Un giorno intero
rovinai per l'immenso, e rifinito
in Lenno caddi col cader del sole,
dalli Sinzii raccolto a me pietosi.
Disse; e la Diva dalle bianche braccia
rise, e in quel riso dalla man del figlio
prese il nappo. Ed ei poscia agli altri Eterni,
incominciando a destra, e dal cratere
il nèttare attignendo, a tutti in giro
lo mescea. Suscitossi infra' Beati
immenso riso nel veder Vulcano
per la sala aggirarsi affaccendato
in quell'opra. Così, fino al tramonto,
tutto il dì convitossi, ed egualmente
del banchetto ogni Dio partecipava.
e col favor di Pallade lo spensi:
forte eccelso campion che in molta arena
giaceami steso al piede. Oh mi fiorisse
or quell'etade e la mia forza intégra!
Per certo Ettorre troverìa qui tosto
chi gli risponda. E voi del campo acheo
i più forti, i più degni, ad incontrarlo
voi non andrete con allegro petto?
Tacque: e rizzârsi subitani in piedi
nove guerrieri. Si rizzò primiero
il re de' prodi Agamennón; rizzossi
dopo lui Dïomede, indi ambedue
gl'impetuosi Aiaci; indi, col fido
Merïon bellicoso, Idomenèo;
e poscia d'Evemon l'inclito figlio
Eurìpilo, e Toante Andremonìde,
e il saggio Ulisse finalmente. Ognuno
chiese il certame coll'eroe troiano.
Disse allora il buon veglio: Arbitra sia
della scelta la sorta, e sia l'eletto,
salvo tornando dall'ardente agone,
degli Achei la salute e di sé stesso.
Segna a quel detto ognun sua sorte: e dentro
l'elmo la gitta del maggior Atride.
La turba intanto supplicante ai numi
sollevava le palme; e con gli sguardi
fissi nel cielo udìasi dire: O Giove,
fa che la sorte il Telamònio Aiace
nomi, o il Tidìde, o di Micene il sire.
Così pregava; e il cavalier Nestorre
agitava le sorti: ed ecco uscirne
quella che tutti desïâr. La prese,
e a dritta e a manca ai prenci achivi in giro
la mostrava l'araldo, e nullo ancora
la conoscea per sua. Ma come, andando
dall'uno all'altro, il banditor pervenne
al Telamònio Aiace e gliela porse,
riconobbe l'eroe lieto il suo segno,
e gittatolo in mezzo, Amici, è mia,
gridò, la sorte, e ne gioisce il core,
che su l'illustre Ettòr spera la palma.
Voi, mentre l'arma io vesto, al sommo Giove
supplicate in silenzio, onde non sia
dai teucri orecchi il vostro prego udito;
o supplicate ad alta voce ancora,
se sì vi piace, ché nessuno io temo,
né guerriero v'avrà che mio malgrado
di me trionfi, né per fallo mio.
Sì rozzo in guerra non lasciommi, io spero,
la marzïal palestra in Salamina,
né il chiaro sangue di che nato io sono.
Disse; e gli Achivi alzâr gli sguardi al cielo,
e a Giove supplicâr con questi accenti:
Saturnio padre, che dall'Ida imperi
massimo, augusto! vincitor deh rendi
e glorioso Aiace; o se pur anco
t'è caro Ettorre e lo proteggi, almeno
forza ad entrambi e gloria ugual concedi.
Di splendid'armi frettoloso intanto
Aiace si vestiva: e poiché tutte
l'ebbe assunte dintorno alla persona,
concitato avvïossi, a camminava
quale incede il gran Marte allor che scende
tra fiere genti stimolate all'armi
dallo sdegno di Giove, e dall'insana
roditrice dell'alme émpia Contesa.
Tale si mosse degli Achei trinciera
lo smisurato Aiace, sorridendo
con terribile piglio, e misurava
a vasti passi il suol, l'asta crollando
che lunga sul terren l'ombra spandea.
Di letizia esultavano gli Achivi
a riguardarlo; ma per l'ossa ai Teucri
corse subito un gelo. Palpitonne
lo stesso Ettòr; ma né schivar per tema
il fier cimento, né tra' suoi ritrarsi
più non gli lice, ché fu sua la sfida.
E già gli è sopra Aiace coll'immenso
pavese che parea mobile torre;
opra di Tichio, d'Ila abitatore,
prestantissimo fabbro, che di sette
costruito l'avea ben salde e grosse
cuoia di tauro, e indóttavi di sopra
una falda d'acciar. Con questo al petto
enorme scudo il Telamònio eroe
féssi avanti al Troiano, e minaccioso
mosse queste parole: Ettore, or chiaro
saprai da solo a sol quai pro